Campagna di Sine Requie Anno XIII nel Sanctum Imperium (e non solo) conclusa...
...ma di tanto in tanto si ritorna indietro...

mercoledì 1 giugno 2011

Il nobile, l’eretico,il bordello

Monteriggioni

Alla fine il gruppo opta per scortare il Siniscalchi, di nascosto, a Siena, da un lato per salvarlo dall’imminente linciaggio e dall’altro per poterlo consegnare alle autorità ecclesiastiche, nel bene e nel male…
Così, con un abile stratagemma, i nostri riescono ad uscire dal borgo di Molino d’Era, senza destare troppi sospetti, lasciando lettere dei loro intenti da consegnare l’indomani all’erborista, al parroco e all’oste, per avvisarli che presto, probabilmente, l’inquisizione verrà in paese a chiedere spiegazioni della morte di frate Conforti…
In ogni caso il gruppo sceglie di agire secondo il protocollo e le regole della giustizia del Sanctum Inperium e si avvia verso Siena.
Giunti in prossimità di Monteriggioni accade che Ettore, al volante, commette un errore, forse dovuto al sonno, alla strada o al fatto che non è certo quello che si può definire un autista eccellente e finisce con 2 ruote dell’autocarro in un fosso a bordo strada.
Mentre Michele e Remigio tentano in ripristino del mezzo, Padre Rivolta tiene d’occhio uno scocciato Siniscalchi e Bastiano scorge a una sessantina di metri delle luci: sono un gruppo di 7 persone, guidati da una donna. Costoro, dopo aver aiutato i templari a rimettere in carreggiata il mezzo, rivelano che si stanno recando alla piazza di Monteriggioni in quanto gira voce che un santo predicatore sia giunto nel paese…
Il gruppo tuttavia pensa bene di dirigersi prima verso Siena e poi chissà…
L’arrivo in città avviene a notte fonda e tutti si va a nanna; l’indomani Remigio e Bastiano si recano in quel di Palazzo del Mangia per incontrare il Montini e renderlo edotto di tutti i fatti accaduti a Molino d’Era. Il Montini è perplesso dello sviluppo degli eventi e sebbene creda alla testimonianza del gruppo e non abbia dubbi sulla probabile colpevolezza del Siniscalchi crede anche che a Siena il signorotto possa godere di ampi poteri, conoscenze e protezione, quindi consiglia di consegnarlo comunque al Magister dell’Inquisizione, personaggio comunque molto conosciuto dal nobile… in ogni caso, anche se il Siniscalchi forse non verrà incriminato le prove portate alla luce dal gruppo sono molto utili per proseguire indagini e collegamenti fra quanto accaduto a Molino d’Era e a Rivalta di Rivergaro e forse si potrà arrivare ad una svolta… il Montini infine ringrazia il gruppo, lo paga e lo scioglie dall’incarico.
I nostri quindi pensano, prima di tornare a Rimini, di fare una capatina a Monteriggioni per vedere questo presunto famigerato santo predicatore di cui hanno sentito parlare la notte precedente.
Impiegano in pratica 2 giorni ad arrivare, causa rotture del camion, riparazioni, incidenti e scocciature varie che li affliggono incessantemente…
A Monteriggioni notano che una trentina di persone sono raccolte nella piazza centrale, di fronte alla chiesa: si vocifera che un sant’uomo stia per tenere l’ennesima arringa di fede… si vocifera che il Santo Usteboge sia qui. Al che nelle menti dei nostri balenano le informazioni e i ricordi relativi a questo controverso frate domenicano.

Padre Domenico Goffredo Usteboge è un Inquisitore eretico, ora scomunicato, ricercato e temuto dalla Chiesa e dall’Inquisizione, in passato è stato uno dei più zelanti inquisitori del tribunale del Santo Uffizio. Si è distinto inizialmente per una totale e talvolta eccessiva devozione alla causa. Si è reso celebre per l’opera di annientamento di uno sperduto e ora dimenticato paesino del sud Italia, da lui accusato di essere focolaio di eresia: da solo, armato della “sua fede” e del suo temibile Requiem a motore, senza nessun converso al seguito, ha fatto una carneficina in nome di Dio, facendo a pezzi ogni abitante, compresi bambini, donne, anziani ed anche gli increduli Padri (semplice, castigatore e novellatore).
Ha scritto anche un libro, ora ritenuto blasfemo, il “De Malo Eterno Peccatoris” (Sull’Eterno Male Del Peccatore).
Dopo la pubblicazione del suo libro Usteboge fu visto non di buon occhio dalle alte sfere ecclesiastiche in quanto era palese che il frate era diventato un folle, fanatico, violento assassino, ormai irrimediabilmente lontano dai dettami della Chiesa.
Inoltre, dai suoi rapporti, inviati sempre più sporadicamente alle sedi dell’Inquisizione e al Cardinale Emanuele da Salerno, suo superiore, era chiaro che i giudizi espressi dal frate erano completamente sconclusionati e volti sempre e solo all’uccisione dei vari, malcapitati, imputati dei suoi tribunali inquisitori.
Tutto ciò, unito al fatto che molti altri borghi campani furono “purgati” da padre Usteboge nei mesi a seguire, oltre che, nelle ultime sue lettere al Cardinale Emanuele da Salerno, il frate si firmava con il pretestuoso e blasfemo appellativo di “Santo”, fece si che padre Goffredo, dopo molti richiami ufficiali, anche da parte del Cardinale Santarosa in persona, mai presi in considerazione, il Papa stesso si vide costretto ad emanare la scomunica nei confronti di Usteboge.
Ora il frate eretico è forse il ricercato n°1 del Sanctum Imperium, nessuno sa dove si trovi attualmente ma vi sono stati molti avvistamenti in tutta la penisola: il visionario e folle frate viaggia e predica le sue eresie insieme a un folto gruppo di sbandati che egli chiama “Conversi” ma che in realtà sono solo un gruppo di criminali, violenti ed armati, devoti all’ex inquisitore, probabilmente affascinati dalle sue confuse parole, dalla sua sua visione folle della fede e della salvezza che prevede l’annientamento persino del Santarosa e del Papa stesso, ritenuto l’anticristo…
Usteboge ormai è molto simile ad una figura partorita da un incubo: età indefinibile, addosso un logoro saio nero con cappuccio, pallidissimo, occhi enormi e sgranati, sguardo folle, denti marci, capelli lunghi e unti…
Ed anche la sua stessa arma a motore, anzi, è oggetto di leggende: il requiem, chiamato “Vera Fede” risulta attualmente arrugginito e malmesso. Usteboge lo ha ricoperto di scritte incomprensibili, cancellando i salmi che prima lo caratterizzavano. Inoltre l’incuria ha fatto si che la temibile arma, ora, se messa in funzione, emetta un suono acuto, stridulo e molto fastidioso che Usteboge stesso ha definito “il canto della furia di S. Michele Arcangelo”.
Inoltre in molti paesini, dove il frate è passato senza fare una strage, gli abitanti riferiscono che egli abbia fatto toccare agli infermi la sua arma, come fosse una reliquia dotata di poteri curativi, raccontando poi che il suo Requiem altro non è che il corno di Lucifero, caduto dal cielo, che lui usa per combattere Lucifero stesso…

L’eretico domenicano esce come un tempesta dal portone della chiesa di Monteriggioni e circondato dai suoi uomini, inizia a ruggire il suo farneticante, blasfemo sermone: accusa tutta la gerarchia ecclesiastica di perversione, corruzione e satanismo, dal Papa al Santarosa, ai templari tutti, ai falsi inquisitori, definiti laidi e farisei… e via discorrendo in un crescendo di ingiurie e offese continue a tutti coloro che per lui sono solo burattini del demonio… la gente del paese, intimorita e o plagiata, lo acclama come un santo, un profeta, un apostolo… Fratello Remigio, sentendo tali bestemmie, a stento si trattiene, valutando la netta superiorità bellica del frate e dei suoi uomini armati di tutto punto… e alla fine il folle eretico sale sul suo cavallo nero e insieme ai suoi se ne va via al galoppo, probabilmente verso l’ennesimo piccolo borgo da plagiare o, al limite, da distruggere e purificare secondo i canoni della sua “Vera Fede”…
Quindi il gruppo se ne torna a Siena, per riferire tale funesto incontro sia al Montini sia alla locale inquisizione che, però, ne prende atto apparentemente senza agire con celerità, fra lo sconforto e l’incredulità di Padre Bastiano il quale si immaginava il ricercato n°1 del Sanctum Imperium ad un passo dall’essere catturato… evidentemente ci sono altre priorità, oppure si è valutata la difficoltà di prevedere in maniera attendibile dove potesse essere diretto il sanguinario frate Usteboge.
Così i nostri salgono sul primo treno per Rimini.
Qui trascorrono circa tre settimane di routine e poi, come spesso di recente avviene, si verifica la chiamata del Vescovo Mons. Valentini: il religioso spiega che è richiesto l’ennesimo intervento del gruppo in toscana, questa volta in quel del suo capoluogo, Firenze.
Qui i nostri si dovranno incontrare, allo Spedale degli Innocenti, con il celeberrimo, sommo, frate Bastiano Ardizzone, il cosiddetto “Inquisitore di Firenze” in quanto, per la sua veneranda età e per i suoi malanni fisici, gli è permesso di risiedere stabilmente nel capoluogo toscano.
Il Valentini accenna vagamente alle motivazioni del loro incarico, dicendo che sarà l’Ardizzone a scendere nei dettagli ma che in ogni caso si tratta di questioni piuttosto peccaminose e oscene che pare si stiano verificando nel centro di Firenze…
Nel dubbio i nostri, come sempre, accettano di buon grado e decidono di partire sul primo treno per Firenze, questa volta, addirittura, con viaggio spesato dal loro novello datore di lavoro…
Giungono quindi, senza intoppi, alla stazione di Santa Maria Novella e pagato il dazio, si dirigono allo Spedale degli Innocenti dove li accoglie una suora del locale Convento delle Clarisse per annunciarli a Padre Ardizzone.
L’anziano domenicano li riceve nella sua austera stanza, praticamente una sorta di spoglia cella: posata sul tavolo la copia del Malleus Maleficarum che stava leggendo, fatto baciare l’anello ai presenti, li accoglie, li saluta e li fa accomodare, per quanto possibile…
Spiega che nel centro di Firenze pare sia presente una casa di malaffare, di piacere: qui numerose meretrici di ogni età insieme a uomini rispettabili si incontrano per fornicare senza timore di Dio e quel che è peggio è che pare che fra i clienti abituali vi sia anche un uomo di fede, un parroco, Don Lucio Ferretti, il Padre Novellatore di Santo Spirito.
Il compito del gruppo, dunque, è semplice: fare una sorta di irruzione nella casa, coadiuvati dalla Portavoce degli Excubitores fiorentina, Iolanda d’Aquino e alcuni dei suoi uomini, per cogliere quanti più clienti sul fatto e in particolar modo il sacerdote, per poi arrestare tutti, uomini e donne e portarli al cospetto di frate Ardizzone per un approfondito interrogatorio inquisitoriale…
Don Ferretti pare sia già ora nel bordello… quindi si comincia subito: entrare nel cortile della villa è semplice in quanto l’anziano portiere, Guido Porazzi, non oppone resistenza, vedendo Excubitores, Templari e Soci Inquisitori al suo cospetto.
La villa è sita al centro di un ampio spazio verde fittamente alberato, il gruppo si dirige subito verso gli ingressi della costruzione: mentre gli Excubitores e Iolanda si tengono all’esterno per bloccare eventuali fuggiaschi, ai nostri tocca la vera e propria irruzione attraverso uno o più dei 3 accessi al piano terra…

Antica mappa di Firenze

mercoledì 25 maggio 2011

Vendetta o giustizia ?



Molino d'Era

Michele da Bracciano insieme a Padre Leonardo decidono di recarsi a Villa Gandolfo, dimora del nobile Siniscalchi, per chiedere un incontro e questa volta si presentano nelle loro vesti ufficiali di Templare e Sotium Inquisitoris ma i Probi Viri di guardia alla porta, dopo un breve consulto, dicono che il loro signore sarà lieto di invitare la sera stessa a cena i due religiosi.
Nel frattempo Remigio alias “Benigio da Marrazzo”, Ettore e Bastiano rimangono a colloquiare con alcuni cittadini al Fiasco Rotto.
Giunge sera… mentre Ettore trova riparo ancora una volta presso la canonica di Padre Rederelli, Benigio e Bastiano si rifugiano, pagando una modica somma, a casa di una anziana signora di Molino d’Era, Fratello Michele e il Sotium Rivolta si accingono a presenziare all’invito a cena presso il Siniscalchi.
Qui, accomodandosi in un ampio salone al piano terreno, vengono accolti da alcuni domestici, una tavola imbandita e dopo una ventina di minuti anche dal padrone di casa, il nobile signorotto di Molino d’Era, Lorenzo Siniscalchi, un uomo sui cinquant’anni, alto, magro, con pizzetto, baffi e sul capo un evidente parrucchino nero…
La cena trascorre fra gustose pietanze, ottimo vino toscano di produzione locale e amabili discorsi… ma Fratello Michele non può esimersi dal chiedere al Siniscalchi anche delucidazioni sulle “morti per fuoco”, sulla situazione economica dei suoi braccianti e sui rapporti fra il nobile e il suo popolo… ne esce che il signorotto, pur non rivelando più del dovuto, appare molto preoccupato per la crescente tensione, lo sterminio dei suoi Probi Viri e il malcontento dei cittadini che, secondo lui, potrebbe presto sfociare in atti di violenza nei suoi confronti.. chiede quindi di poter usufruire della stretta protezione dei due religiosi e consegna loro le chiavi di una comoda stanza da letto al piano primo della villa, dove potranno meglio vigilare sulla sua dimora e su di lui.
Ma accade che, nel cuore delle ore notturne, agitazione e grida svegliano i dormienti di Molino d’Era: l’ennesimo Probo Viro (dovrebbe essere questo il singolare di “Probi Viri”, l’ho letto sul sito del Corriere della Sera, spero sia attendibile…) è morto per fuoco.
Quindi la folla si accalca e gli altri pochi Probi Viri di guardia in circolazione, oramai sull’orlo di una crisi di nervi, se la danno a gambe, terrorizzati dalle fiamme divine che sempre più frequentemente si abbattono su di loro…
Padre Rederelli esce dalla chiesa ma le sue invocazioni alla calma e alla preghiera questa volta sono vane: i cittadini, radunatisi in un paio di dozzine, sono inferociti e nella fuga delle brutali guardie del Siniscalchi intravedono finalmente la possibilità di una violenta vendetta… quindi si armano alla buona con arnesi agricoli e iniziano una malintenzionata marcia verso Villa Gandolfo.
In quei 300 m di strada sia Benigio, sia Ettore, sia Bastiano tentano di rabbonire la folla, inutilmente… in testa ai rivoltosi ci sono l’erborista Vitali, l’oste Condotti e l’ex viticoltore Toderi, i popolani forse più vessati, per vari motivi, dal nobile Siniscalchi.
Intanto anche a Villa Gandolfo è il caos: una delle guardie arriva trafelata, urla a tutti dell’ennesima morte per fuoco e quindi anche i pochi Probi Viri rimasti si danno repentinamente alla fuga, correndo all’impazzata in ogni direzione.
Succede quindi che alla villa restano presenti solamente i 4 domestici, Lorenzo Siniscalchi, Fratello Michele e Padre Leonardo: mentre Michele si para di fronte al portone d’ingresso e Leonardo rimane nei paraggi, il nobile e i suoi corrono ai ripari nelle cantine, similmente a topi…
Il linciaggio si profila netto all’orizzonte: è chiaro che, nonostante la folla chieda a gran voce la testa del signorotto, il fatto di trovare inaspettatamente un templare, Michele, alla sua porta, frena l’impeto dei popolani; ma ci vogliono diversi minuti di tensione e dialogo per far si che il popolo abbassi in fine le armi e se ne torni, pur vociante e frustrato, al paese… in ogni caso la questione rimane aperta e la gente chiede giustizia proprio in virtù del fatto di aver trovato un templare, uomo per loro retto e degno di fiducia. Quindi il linciaggio potrebbe essere solo rimandato… ma per il momento il pericolo sembra scemare… anche se i cittadini di Molino d’Era promettono di tornare l’indomani per ottenere la loro giustizia.
Fra l’altro Remigio riesce a parlare nuovamente con l’anziano erborista Vitali il quale, dopo alcune reticenze, lo invita a un colloquio privato nel suo negozio dove, di fatto, confessa il suo coinvolgimento in prima persona nelle morti per fuoco: egli, per vendicarsi della morte della giovane figlia ad opera delle violente bramosie sessuali del Siniscalchi, avvenuta in una vera e propria sala degli orrori e delle torture sita in una stanza della cantina di Villa Gandolfo, ha sfruttato la sua Laurea in Chimica, ottenuta all’Università di Pisa nel 1921, sintetizzando una sostanza da lui ribattezzata “fulminolo” con la quale ha avvelenato a poco a poco gli stomaci dei Probi Viri e dell’Inquisitore Conforti. Tale sostanza è inodore e insapore e con la complicità dell’oste Condotti, è stato facile somministrarla attraverso le pietanza del Fiasco Rotto ai vari malcapitati. Il “fulminolo” è praticamente innocuo se ingerito ma se viene a contatto con anche una sola molecola d’alcol, suo reagente, sprigiona una potentissima fiammata, a più di seimila gradi centigradi, capace di sciogliere quasi completamente un essere umano in una trentina di secondi, a partire dallo stomaco, risparmiando solo la punta delle mani e dei piedi. In questa orribile maniera Vitali e Condotti pensavano di vendicarsi, uccidendo e poi facendo fuggire di terrore le guardie del signorotto per poterlo poi liberamente linciare, insieme agli altri cittadini vessati, per i suoi reiterati misfatti.
Ottenuta questa disperata confessione il gruppo si riunisce a Villa Gandolfo e dopo aver velocemente perquisito la casa (trovando un paio di lettere che sembrano coinvolgere il nobile pure in alcune questioni poco chiare relative ai precedenti delitti del Castello di Rivalta di Rivergaro, nel piacentino… oltre ad una porta sbarrata in cantina dove probabilmente, come indicato dall’erborista Vitali, il signorotto nasconde una sorta di sala delle torture…) anche Fratello Remigio e Padre Bastiano, oltre che Ettore, si presentano al terrorizzato padrone di casa per ciò che sono.
Il Siniscalchi, però, sembra tornare presto spavaldo: la gente che voleva la sua testa per ora è andata via, lui è salvo ed ha la protezione di 2 Templari, 2 Soci Inquisitori e un Cacciatore di Morti direttamente a casa sua.
Fratello Remigio fa allora notare al Siniscalchi alcune delicate questioni: il popolo tornerà presto a reclamarlo, lui pare essere coinvolto in diverse azioni delittuose descritte nelle lettere trovate in camera sua, inoltre diversi cittadini hanno detto più volte di aver subito violenze sessuali, soprusi e abusi di ogni genere… in pratica descrive diversi pesanti possibili capi d’accusa nei suoi confronti.
Al che Lorenzo Siniscalchi ricorda brutalmente ai suoi interlocutori che lui è pur sempre un nobile proveniente da Roma ed ha notevoli conoscenze e protezioni ai vertici ecclesiastici della capitale… inoltre pone addirittura la velata minaccia di poter interferire negativamente in un’eventuale ipotesi di promozione nelle carriere dei Templari e dei Soci Inquisitori presenti…
Questi sono i fatti, ora cominciano i dubbi… e i nostri discutono fra loro sul da farsi.
Da un lato Fratello Michele sarebbe piuttosto propenso, ispirato dai suoi ideali di Giustizia, furiosamente sdegnato dai delitti e dalle molteplici colpe peccaminose del signore di Molino d’Era, a lasciare il Siniscalchi direttamente nelle mani dei suoi vessati cittadini, al loro scontato giudizio nonché alla loro quasi certa ira funesta che porterebbe molto probabilmente al linciaggio e alla morte del nobile.
Fratello Remigio invece, seppur incurante delle minacce alla carriera poste del signorotto, si dichiara più incline a portare comunque il Siniscalchi davanti ad un legittimo tribunale, presumibilmente a Siena, dove il Vescovo e\o gli Inquisitori locali sarebbero di certo ben lieti di giudicare un tale criminale e peccatore incallito, a fronte delle schiaccianti prove e testimonianze fornite… il problema, che rende di fatto l’esito di un eventuale processo assolutamente non scontato, sono le conclamate conoscenze altolocate del Siniscalchi le quali, forse, potrebbero addirittura lasciare impunito il nobile, agendo invece nei confronti degli sfortunati paesani, colpevoli, come nel caso di Vitali, dell’omicidio, per avvelenamento da “fulminolo”, di Probi Viri e ancor peggio, di un membro della Santa Inquisizione… ma, del resto, tutti conosciamo benissimo in che modo, a volte, venga fatta rispettare la Legge e la cosiddetta “giustizia” all’interno dei nobili e magnifici confini del Sanctum Imperium…

Villa Gandolfo

venerdì 20 maggio 2011

Considerazioni


In queste sere, in momentanea pausa dal servizio elettorale, ho avuto qualche ora di tempo da dividere equamente fra il portare avanti l'attuale avventura di Molino d'Era (ogni volta devo rileggermela in quanto x la maggior parte sono dialoghi che devo imparare e vi devo far fare...), leggermi la prossima avventura che vi proporrò (una luuunga campagna incasinatissima ambientata in diverse aree dell'Imperium centrale...) e inevitabilmente iniziare a leggere gli ultimi3 manuali del Soviet...

A tal proposito mi sento di fare, insieme a voi amici-PG, alcune considerazioni in merito a tutto ciò:

1. Avrete di certo notato che nelle ultime avventure, a differenza di quel che accadeva in quel di Rimini, si combatte di meno e ci si deve ingegnare di più... dialoghi , ragionamenti... e la forza bruta non sempre aiuta, anzi.. lo avete visto... a me questo tipo di quest prevalentemente investigative piace parecchio... e poi ogni tanto una bella rissa ci scappa sempre, anche se i Morti, magari, li vedete solo da lontano, a volte... ma voi giocatori che ne dite..?

2. Riguardo invece all'ambientazione... diciamo che io ancora considero l'Imperium forse l'ambientazione preferita, la conosciamo bene, con quelle sue atmosfere miste fra "Il nome della rosa" e "Roma città aperta", direi... ma non nascondo che leggendo il Soviet mi si è aperto un orizzonte nuovo..! Ed anzi, forse, mi ha impressionato anche più del pur affascinante IV Reich, anche perchè del Soviet ho potuto leggere subito anche 4 belle avventure pullulanti di pazzia, perversioni, ingiustizia e violenza a go go.. mentre x la Germania attualmente ce ne sono di meno... il problema è, come già vi anticipavo martedì scorso, come cazzo fare, in prospettiva futura, a portare i vostri frati templari e inquisitori nel Reich..? Per non parlare delle città alveare sotterranee del Soviet, dove tutti i cittadini russi sono numerati e schedati, controllati dal grande Dio-Macchina-Comunista-Calcolatore Z.A.R.... Forse l'unico aggancio per i vostri attuali PG potrebbe essere un'esplorazione delle Terre Perdute (manuale in prossima uscita) Francia, Spagna e Gran Bretagna, in quanto l'Imperium arriva fino a Marsiglia, al confine francese, e i territori d'oltralpe sono brulicanti di Morti e di Ribelli, senza una precisa forma di Governo... quindi potreste riuscire, o forse essere costretti, a passare il confine x una qualche missione datavi da un vertice dell'Imperium, ecc. Ma invece x Russia e Germania non saprei proprio come farvi continuare coi vostri attuali PG... E dovreste rifarne di nuovi, probabilmente... sull'Egitto e sugli U.S.A poi non mi pronuncio neanche, anche perchè ancora non si parla nemmeno dei manuali... ed anche su questo argomento chiederei il vostro parere...

Saluti, a martedì prossimo,
g

mercoledì 18 maggio 2011

Carne al fuoco

Uno scorcio di Molino d'Era

Una mattina di metà Maggio del 1958, il gruppo parte così da Siena in direzione Molino d’Era. Succede che dopo un paio di dozzine di km scorgono a bordo strada 2 autocarri e delle persone; avvicinandosi notano che 3-4 sono armati, probabilmente Cacciatori, mentre i restanti 8-9 sono dei frati francescani. In particolare uno di loro sembra riconoscere Fratello Remigio (anche se camuffato, come anche gli altri del gruppo, con abiti civili e con documenti di identità falsi… il suo nome, piuttosto bizzarro, ora è “Benigio da Marrazzo”…) e lo saluta; dopo qualche incertezza anche Benigio riesce a ricordarsi del viso, ora molto cambiato, di quell’uomo…
Si decide di dare una mano ai frati, i quali hanno un mezzo in panne; i nostri e il frate, tale Padre Matteo, ripercorrono indietro i km fino a Siena dove reclutano un meccanico da portare sul posto; nel frattempo Benigio e frate Matteo passano un paio d’ore a colloquiare privatamente…
Poi si riparte verso Molino d’Era; i nostri giungono al piccolo borgo toscano verso metà pomeriggio.
Qui non hanno difficoltà a varcare la piccola stazione del dazio e la situazione di primo acchito sembra molto vicina alla normale routine; se non fosse per un particolare che non sfugge agli occhi di lince di Ettore Zonzini… il Cacciatore romagnolo, infatti, nota che in questo piccolo centro abitato la stragrande maggioranza delle donne e ragazze che si vedono sono vestite in maniera evidentemente e marcatamente sciatta e dimessa e sembrano rifuggire ogni sguardo…
In ogni caso i nostri proseguono e giungono sino all’unica locanda presente, “Il Fiasco Rotto”: qui conoscono l’oste, Michele Condotti, il quale, seppur giovale alla tipica maniera toscana, propone pasti, bevande e alloggi a prezzi molto, molto alti.
Lasciato il costoso luogo di ristoro il gruppo pensa bene di andare a visitare la vicina chiesa di Santa Genoveffa: qui colloquiano amabilmente con Padre Franco Rederelli, un giovane e servile curato che offre untuosamente loro pane, vino, formaggio e si propone di farli alloggiare, almeno per questa notte, in una stanza di servizio della chiesa. Dal sacerdote non apprendono niente di particolare, se non lodi al loro influente benefattore, il nobile Lorenzo Siniscalchi, amministratore di Molino d’Era…
Giunta ormai la sera il gruppo decide di tornare al Fiasco Rotto: questa volta pagano una salata bottiglia del rinomato vino del posto, imbottigliato direttamente dalle fruttuose vigne toscane di proprietà del Siniscalchi.
Benigio, nonostante la sua più volte sbandierata castità (…e impotenza…), tenta, solo strategicamente, di attirare l’attenzione della giovane cameriera, probabilmente compagna dell’oste, ma ella, apparentemente triste, trasandata e mal vestita, si ritrae rapidamente da occhiate e fuggevoli attenzioni; inoltre Ettore scorge che mentre i prezzi del Condotti sono elevati per i forestieri, evidentemente per i Probi Viri locali, ossia le guardie del paese al soldo del Siniscalchi, i prezzi sono notevolmente più modici, del tipo di pochi scudi a testa per una cena…mah…
Fatto sta che all’improvviso accade l’imprevedibile: un gruppo di Probi Viri esce dal Fiasco e dopo pochi passi, uno di loro si accascia dolorante al suolo, poi nero fumo fuoriesce dalla sua bocca urlante e dal suo naso; in poche decine di secondi un’alta fiammata sembra divorare l’uomo, lasciando sul posto solo le punte delle mani e dei suoi piedi… e subito Molino d’Era cade nella paura, nel panico e nella superstizione.
Gli altri Probi Viri tentano di mantenere l’ordine, riuscendoci solo parzialmente, visibilmente scossi anche loro; i cittadini toscani iniziano a farsi il segno della croce e a ciarlare nel loro dialetto sulle folgori lanciate dal Signore sui peccatori del paese; Padre Rederelli accorre dalla chiesa e invita tutti alla preghiera e al pentimento… nel caos che ne esce Bastiano ne approfitta per usare le sua arti oratorie interrogando uno dei paesani: apprende che quello è l’ultimo di una lunga lista di morti per fuoco, altre guardie ed anche un inquisitore e i suoi conversi. Ma il popolano sembra essere conscio e sollevato dal fatto che sin ora i fuochi non hanno mai colpito cittadini innocenti ma solo le guardie, uomini violenti e corrotti e l’inquisitore mandato da Roma ad investigare, un uomo fanatico che non fece altro che mandare al rogo 2 innocenti del paese, per poi morire lui stesso atrocemente per fuoco durante la celebrazione di una messa nella piazza del paese, Piazza San Rocco.
I nostri iniziano a sospettare che le morti per fuoco siano dovute a un qualche tipo di sostanza forse disciolta nel famigerato vino di Molino d’Era.
Benigio e Bastiano si recano a colloquio all’Erboristeria Vitali, per sentire che ne pensa il suo titolare: qui conoscono l’anziano erborista Lanfranco Vitali il quale parla apertamente e non nasconde il suo odio per il tiranno Siniscalchi, definendolo un disonesto e un pervertito che ama fare abusi sulle donne del paese e resta impunito; racconta che anche la moglie dell’oste Condotti, Laura, ha subito le “attenzioni” del Siniscalchi… racconta che anche lui stesso ha avuto problemi col nobile… e che tutt’ora egli lascia sempre un uomo armato per sorvegliare l’uscio della sue erboristeria…
Nel frattempo Ettore, Michele e Padre Rivolta vanno a colloquiare con alcuni Probi Viri e alcuni lavoratori delle limitrofe vigne alla porta di Villa Gandolfo, la residenza del Siniscalchi, apprendendo che, mentre la paga per le guardie è buona, quella per i braccianti che lavorano le vigne del nobile è nettamente sotto la media, lasciando i popolani in una situazione di palese indigenza e di sfruttamento; inoltre, in un attimo di distrazione dei Probi Viri, un lavoratore, tale Francesco Toderi, invita i nostri a casa sua, per alcuni chiarimenti in merito…
Il gruppo deduce quindi che a Molino d’Era vi siano schierate due fazioni in opposizione: da una parte il tiranno Siniscalchi e i suoi violenti Probi Viri, dall’altra qualcuno dei cittadini che probabilmente sta tentando una vendetta, uccidendo ad una ad una le guardie del nobile perverso…
I nostri quindi non mancano l’appuntamento col Toderi, offrendogli anche una buona e costosa bottiglia del vino che lui stesso produce, per Siniscalchi, in condizione di sfruttamento: il Toderi rivela di essere stato un ricco proprietario terriero, poi espropriato a forza dalla prepotenza del Siniscalchi… conferma le precedenti morti per fuoco dei Probi Viri, la morte dell’inquisitore e dei suoi conversi (uno dei quali, fuggiasco, è poi morto in una stazione del dazio in quel di Orvieto…); conferma anche che l’indagine dell’inquisitore è stata fallimentare in quanto ha mandato al rogo 2 palesi innocenti cittadini… inoltre aggiunge che l’erborista è stato forse il più vessato dalla bramosia del perverso Siniscalchi in quanto pare che sia stata da lui violentata e forse uccisa la sua unica figlia 19enne, Elena Vitali…
Tanti elementi per una sola indagine, ma come si suol dire… non sempre è buona cosa mettere troppa “carne al fuoco”…
La locanda "Il Fiasco Rotto"

mercoledì 11 maggio 2011

Innocenti evasioni

Mappa storica di Siena

I due templari, Remigio e Michele, danno inizio al loro piano: in accordo con l’oste Gazzola, fanno adulterare le vivande degli uomini di guardia per assopirli, poi, indossati i vestiti delle guardie per un minimo camuffamento, tentano la sortita all’interno del castello di Rivalta.
Così si intrufolano nei meandri del maniero e senza troppi problemi giungono fino alle segrete del piano interrato; qui dialogano con il capoposto carceriere e poi, individuate le celle coi loro tre compagni rinchiusi, Ettore, Bastiano e Leonardo, i quali indossano come tutti gli altri detenuti delle divise, minacciano apertamente l’esterrefatto uomo per farsi cedere tutte le sue preziose chiavi.
Liberati i malridotti compagni, a causa delle numerose percosse ricevute durate gli interrogatori e indicata loro la strada per uscire dall’opprimente castello attraverso il canale di scolo delle latrine (come suggerito dal buon Alessandro Gazzola) i due templari ritrovano anche l’equipaggiamento perduto, rinchiuso in un armadio adiacente alla scrivania del carceriere; Bastiano però chiede loro di liberare subito anche uno dei prigionieri, suo vicino di cella, Donato Alberici. Costui, all’apparenza molto provato nel fisico e nell’animo, probabilmente quasi sull’orlo della follia, dice a gran voce di essere l’ultimo dei veri domenicani rimasto in vita, gli altri sono stati tutti uccisi da atroci esperimenti e sostituiti da falsi frati… il responsabile è Padre Pietrosanti, un pazzo fanatico, ex domenicano, che vuole a tutti i costi scoprire i segreti del Risveglio dei Morti… tutti i prigionieri sono cavie per lui.. e poi toccherà ai popolani di Rivalta e poi Dio solo sa a chi…tutti vengono uccisi in modo sperimentale, studiati e poi gettati nel Pozzo del Taglio, all’interno della Torre cilindrica del castello, dove si stanno ammassando decine di Morti… ma all’inizio non era così… Alberici faceva parte della spedizione iniziale dei veri domenicani, inviati da Frate Agostino Monteruccoli, influente membro del Capitolo Generale dei Domenicani di Roma, per condurre studi sui Morti per potersi meglio difendere da loro… poi però il Pietrosanti ha preso follemente in mano la situazione, facendo studi di diversa natura, sul Risveglio dei Morti, usando i frati come cavie umane, uccidendoli tutti tranne Alberici, che usa come finto tramite per fare corrispondenza con Monteruccoli e salvare le apparenze… il Pietrosanti ha quindi sostituito i domenicani uccisi con falsi frati rinnegati al suo servizio e con un branco di uomini armati violenti e senza scrupoli… almeno questo è all’incirca quel che dichiara il malconcio frate Alberici… il quale viene aiutato da Bastiano ad uscire del castello di Rivalta.
A Remigio e Michele ora non resta che scovare qualche prova tangibile da riportare al cospetto del loro mandante al servizio della Chiesa di Roma, il “mercante” Francesco Montini.
Quindi pensano di creare un bel po’ di caos nel maniero liberando ed armando alla meglio i detenuti; in seguito nella confusione e nelle guerriglia più totale, i due templari riescono ad esplorare un paio di stanza al piano terra, fra le quali quella che pare essere l’ufficio di frate Pietrosanti: qui rinvengono alcuni oggetti che potrebbero fare al caso loro, un faldone d’archivio con la descrizione delle varie tipologie di torture e di morti inflitte ai prigionieri oltre ad un paio di lettere più o meno interessanti e utili come prove…
Ritenendosi soddisfatti e badando forse maggiormente a salvare la pelle che a reperire ulteriori documenti e prove utili, anche i due templari pensano di darsi alla fuga per le fogne…
E così, tutti fuori, tutti salvi, a parte lo sfortunato oste Gazzola, “dimenticato” dentro il folle maniero nonostante l’aiuto fornito… e a parte tutti gli altri inermi e innocenti popolani… ma lo scopo era trovare prove.. e queste vengono fornite, tornando nel piacentino, alla locanda Nino Bixio, al Montini, che si ritiene soddisfatto, paga e lascia liberi i nostri che tornano a Rimini col primo treno.
Qui passa qualche settimana, il gruppo si addestra e presta servizio ai rispettivi ordini monastici e poi, come di consueto giunge l’ennesima chiamata di Mons. Valentini: il vescovo è stato nuovamente contattato dal Montini che richiede le indagini del gruppo per risolvere un arcano in quel di Siena, appuntamento al Palazzo del Mangia per ulteriori delucidazioni.
E così si riparte, si giunge a Siena e ci si incontra col “mercante” Montini: il problema questa volta riguarda un paesino sito tra Siena e Volterra, Molino d’Era.
Qui alcuni abitanti sono morti “per fuoco” bruciando improvvisamente e orribilmente in pochissimo tempo, come per autocombustione (…o per punizione divina…); una prima indagine era stata affidata ad un giovane inquisitore, Padre Giuseppe Conforti… ma dopo che anche lui e i suoi uomini sono morti tra le fiamme il paese di Molino d’Era è sull’orlo del panico e del delirio più completo. Quindi urge un’ulteriore indagine, questa volta meglio se in incognito, visti i precedenti, per salvare le anime (e i corpi…) di quella povera gente da qualunque cosa le stia minacciando.

Siena: Palazzo del Mangia

mercoledì 4 maggio 2011

Fra ordinanze e percosse

Il Castello di Rivalta di Rivergaro - a destra la torre cilindrica

Il gruppo decide, sempre sotto parziale copertura, di iniziare le indagini recandosi all’unica taverna di Rivalta, “Il ristoro del pellegrino”.
Qui ottiene alcune informazioni dai pochi, timorosi, popolani presenti, poi, dopo circa un’oretta, fanno irruzione alla locanda un folto gruppo di uomini armati che si professano guardie al servizio di Frate Pietrosanti, il domenicano che amministra il borgo: gli armigeri fanno qualche domanda ai forestieri poi, chiedono fermamente la consegna di eventuali armi da loro trasportate, per il rispetto della quiete, come da recente ordinanza redatta dal Pietrosanti…
Al che Remigio e Michele, in abiti civili, dichiarano di essere disarmati e non creano problemi; Bastiano e Leonardo consegnano dopo qualche tentennamento una pistola e una spada mentre il Cacciatore Zonzini si ostina a non voler consegnare le sue pistole e le granate alle quali è cos’ affezionato…
Vista l’insistenza delle guardie, Ettore chiede allora di poter lasciare Rivalta ma queste, sogghignando palesemente, ringhiano che Padre Pietrosanti ha da poco pubblicato proprio un’ordinanza che vieta ai forestieri, d’ora in poi, di lasciare il borgo…
E così il nostro Cacciatore perde le staffe e tenta prima un’improbabile fuga verso il cortile interno, poi, attorniato da una decina di guardie armate che lo puntano con fucili e pistole, armeggia con una granata per un’ultima, poco convinta, minaccia di far esplodere tutto e tutti: poco dopo però si rende conto della situazione e si arrende, le guardie lo bloccano, lo disarmano e lo trascinano a forza nella parte più interna del castello di Rivalta, sotto gli occhi rassegnati dei popolani e dei suoi compagni…
In seguito, mentre Remigio continua la sua imperterrita opera di stesura delle indagini coinvolgendo, oltre ai soliti popolani anche la figura dell’oste, a quanto pare un ex militare, ex Cacciatore, tale Alessandro Gazzola, Bastiano e Leonardo incontrano in taverna uno dei domenicani che prestano servizio nella parte interna del castello: costui, Frate Domenico Morelli, appare scontroso e indisponente da sobrio ma, se opportunamente assecondato con vino e altri alcolici, diventa un po’ più loquace… e pare farfugliare frasi confuse relativamente al fatto che lui sarebbe stato “cacciato”, che la Morte non va “disturbata” … ed alla presenza di un ipotetico “pozzo” all’interno del castello dove qualcosa di pericoloso potrebbe “uscire” e “divorare”…
Mentre Bastiano e Leonardo tentano di fare tesoro di queste strane informazioni, però, viene anche per loro il momento della cattura da parte delle guardie, forse, suppongono, per dichiarazioni avvenute sotto interrogatorio del loro compagno Ettore…
Ed anche i due frati spariscono così all’interno della parte di castello proibita ai popolani di Rivalta… forse andando a raggiungere il loro compagno Ettore, ovunque lui sia finito... probabilmente fra buie stanze, reiterate percosse e oscuri, violenti, interrogatori...
Al di qua della parte proibita, forse ancora liberi da ogni sospetto, restano i soli Remigio e Michele, templari in incognito, disarmati…
Alla fine decidono di rivelare la loro identità templare ad alcuni popolani più in confidenza e all’oste Gazzola, sperando in ultimo tentativo di aiuto, per uscire indenni dal claustrofobico borgo, liberare i compagni spariti nei meandri dell’edificio e trovare qualche prova palese delle stranezze e dei misteri di questo luogo così austero…

giovedì 28 aprile 2011

Napoli – Piacenza

La stazione di Piacenza

La locanda "Nino Bixio" nei pressi del ponte sul Po, a Piacenza

Archiviati i funesti eventi di San Sebastiano in Colle, la morte di frate Eymich e del suo abominevole “Dio della Carne”, il gruppo torna a Napoli, al Maschio Angioino, sede dei templari, per aggiornare il Maestro D’Aiello sull’accaduto e sul risultato delle indagini: è evidente che la locale Inquisizione dovrà fornire più di una spiegazione a riguardo…
In ogni caso ciò non impedisce ai nostri di rifare rotta verso Rimini; e così dopo un lungo tragitto ferroviario si torna tutti a casa.
Qui vengono informati il Maestro Morandi ed il Magister Pasolini sull’accaduto, oltre a Mons. Valentini, ovviamente: anch’esso si domanda quale sia stata la vera consapevolezza dell’Inquisizione napoletana relativamente all’operato del folle padre Eymich…
Tra ozio ed esercizio dei nostri alle più svariate attività, non ultima la compravendita di oggetti utili, armi e munizioni, passa circa un mese di relativa tranquillità fra le mura riminesi.
Poi, verso la fine del mese di Aprile del 1958, il Vescovo Valentini chiama: ha pensato al gruppo come valido aiuto in supporto alla richiesta di un suo “conoscente”, anch’egli al servizio di Santa romana Chiesa, per un’indagine nei dintorni del piacentino.
Questo personaggio agisce spesso sotto copertura e nemmeno il Vescovo riminese ammette di conoscerne la reale identità, ma non è un problema: sarà lui infatti a mettersi in contatto col gruppo una volta giunto sul luogo prestabilito.
L’incontro è previsto in una taverna sita nei pressi del ponte sul fiume Po alle porte della città di Piacenza, la locanda “Nino Bixio”.
I nostri, come sempre accade, accettano volentieri e senza porre particolari domande o condizioni, salendo sul primo treno diretto a Piacenza, città liberata dai Morti solo parzialmente.
Qui non hanno difficoltà ad individuare il ponte sul Po e la vicina locanda “Nino Bixio”; all’interno vengono presto contattati da un giovane poco più che trentenne, il quale dice di essere l’uomo che ha contattato Mons. Valentini e li ha fatti venire da Rimini.
Egli dice brevemente e in maniera piuttosto vaga di chiamarsi Francesco Montini e di lavorare come “commerciante” al servizio della Chiesa di Roma.
Spiega che per i nostri è già pronta una lauta ricompensa in scudi per una semplice missione investigativa da svolgersi in un piccolo paese posto a una quindicina di km di distanza da Piacenza, il borgo di Rivalta di Rivergaro.
Il suo sospetto è che in questa piccola realtà periferica stiano accadendo strani avvenimenti: infatti la popolazione è passata nel giro di qualche giorno da pochi contadini a una cinquantina di individui, fra teologi, padri domenicani e altre persone.
Francesco Montini chiede quindi al gruppo di recarsi a Rivalta e capire cosa stia accadendo realmente, portando poi a lui le prove di eventuali fatti illeciti o sospetti.
I nostri, intascato allegramente l’anticipo di 200 scudi a testa, noleggiano un autocarro e viaggiano subito verso Rivalta; arrivano, presentandosi come 2 frati domenicani (Leonardo e Bastiano), 2 civili (Remigio e Michele) e un Cacciatore (Ettore, il quale, di fatto, è l’unico a portare armi al seguito).
Avvicinandosi al borgo notano che i campi circostanti versano in evidente stato di abbandono, stranamente…
Il borgo in pratica consiste in un unico castello cinto da alte mura con all’interno una piazzetta e alcuni edifici.
Una volta entrati, senza dare troppe spiegazioni alle due guardie armate al portone, i nostri si trovano in una sorta di cortile interno dove vedono l’insegna di una taverna, “Il ristoro del pellegrino”, un edificio adibito a latrine, un gruppetto di abitazioni-dormitorio dei popolani (che stranamente non sono al lavoro nei campi ma sembrano oziare in giro per il borgo…) e un portone di legno chiuso e sorvegliato che da accesso alla restante area del castello e del borgo.
Bastiano e Leonardo tentano di accedere oltre tale portone ma le guardie riferiscono che purtroppo non è possibile in quanto all’interno del castello stanno lavorando diversi teologi e domenicani e non vogliono essere disturbati; l’ordinanza in tal senso è stata disposta da Frate Pietrosanti, il padre domenicano che, di fatto, amministra il borgo di Rivalta di Rivergaro… le indagini sono cominciate…

Uno scorcio del borgo fortificato di Rivalta di Rivergaro

giovedì 21 aprile 2011

Carneficine e Battesimi

Il gruppo pensa bene di andare all’assalto di Villa Bellavista dividendosi: i due Soci inquisitori distraggono i conversi alla porta d’ingresso mentre i due templari e il cacciatore si intrufolano scalando la mura da un altro lato.
Fatto sta che mentre Padre Bastiano e Frate Rivolta intavolano lunghe e confuse discussioni con due dei conversi di guardia, con lo scopo di distrarli e di far loro perdere più tempo possibile, gli altri scavalcano, entrano, percorrono parte dell’esteso parco interno della villa e giungono in prossimità di un viale alberato che conduce fino all’ingresso del piano terra.
Qui vedono che ci sono una mezza dozzina di conversi armati che sorvegliano un loggiato e due rampe che scendono nell’interrato.
I tre optano per un assalto frontale e mentre Ettore agisce da cecchino e dinamitardo dal limitar degli alberi, Fratello Remigio e Fratello Michele caricano, spadoni in pugno, verso i nemici, colti piuttosto di sorpresa nel vedersi arrivare incontro due templari furiosi.
A questo punto anche i due Soci inquisitori, udendo gli spari e le esplosioni delle granate, decidono improvvisamente di smettere di parlare e di iniziare a combattere.
Dopo pochi minuti il giardino della villa è teatro di una vera e propria carneficina: tra corpi fatti a pezzi, interiora umane dilaniate dalle granate di Ettore, caduti poi Risvegliati e fatti nuovamente a pezzi dalle lame degli spadoni templari e dai due Soci… un massacro. Il gruppo riesce così ad avere ragione di almeno una dozzina di Conversi, riportando però diverse ferite da arma da fuoco, più o meno gravi.
All’interno della villa, poi, al piano terra, vengono trovati diversi gruppi di persone vestite con cappe, mantelli e maschere di colore viola e rosso porpora, in evidente stato confusionale, probabilmente gruppi di invasati fedeli del cosiddetto “Dio della Carne”, nuovo culto creato dal folle inquisitore Eymich; a causa della tensione e della fretta Ettore, fra l’altro, ne uccide ben 4 accidentalmente in un sol colpo, lanciando loro inavvertitamente una granata… cose che capitano.
Al piano superiore viene trovato l’alloggio, ora vuoto, di Padre Eymich e la sua biblioteca personale, contenente anche un sospetto libro rilegato in pelle chiuso da un lucchetto… e infine due porte risultano chiuse a chiave.
I nostri decidono allora di esplorare l’interrato e qui trovano il vero nucleo dell’orrore: Padre Eymich, insieme a due conversi, sta per dare inizio al suo agognato “Battesimo del Sangue”… con un colpo del suo affilato Requiem, infatti, trancia la catena alla quale è legata un’orribile creatura, il suo blasfemo “Dio della Carne”: un essere alto circa 3 metri, costituito dall’unione di più parti di cadaveri cucite insieme con fil di ferro e travi di metallo in un unico spaventoso costrutto dai giganteschi pugni, decine di bocche fameliche, un Morto di dimensioni inquietanti, pericolosissimo e dalla ferocia inaudita.
Lo scontro inizia subito in maniera cruenta con l’ennesimo, mortale, lancio di granata ad opera di Ettore Zonzini: l’esplosione fa a pezzi i corpi dei due conversi e uccide anche l’anziano e folle Padre Eymich ma il suo “Dio della Carne”, seppur coinvolto nell’esplosione, è ancora in piedi. Il gigantesco Morto infligge gravi ferite ai nostri ma alla fine viene mutilato più volte in particolar modo dai possenti fendenti dei due templari.
I nostri rinvengono sul cadavere di Eymich un mazzo di chiavi con le quali riescono finalmente ad accedere alle due stanze sbarrate del piano primo: in una trovano il cadavere legato e risvegliato di quello che Padre Bastiano riesce a riconoscere essere stato l’eretico e famigerato alchimista e negromante greco Lopulayos, evidentemente in combutta con il da lui plagiato Frate Eymich mentre nell’altra viene trovato il cadavere immobilizzato e risvegliato di un templare, probabilmente Fratello Benedetto, inviato mesi prima dalla Rocca di Napoli per investigare sugli strani fatti del paese.
Con una delle chiavi di Eymich riescono anche ad aprire il lucchetto del libro rilegato in pelle: è una sorta di diario scientifico in lingua latina, italiana e greca, scritto probabilmente a quattro mani dallo stesso frate e dall'alchimista greco suo complice Lopulayos avente per tema le pratiche blasfeme necessarie per unire insieme più Morti in un unico essere e altre orribili nozioni necromantiche sul tema.
Così termina presumibilmente l’orrore celato a San Sebastiano in Colle… ed ora alcuni chiarimenti e risposte sono ovviamente attesi sia in quel di Napoli sia a Rimini… in particolar modo per discutere sull’operato dei Cavalieri Templari e soprattutto degli Inquisitori in merito a quanto accaduto in questo sperduto angolo dell’entroterra campano.

giovedì 7 aprile 2011

Colpi di mortaio, un cacciatore scomparso

Campi coltivati intorno a S. Sebastiano in Colle

Tra ipotesi confuse, dubbi e incertezze i nostri valutano il da farsi; un converso li avverte che il padre semplice Don Luciano vorrebbe poter conferire in privato coi due Soci inquisitori… quindi mentre Ettore sorveglia il prigioniero gli altri si recano presso la chiesa di S. Sebastiano.
Qui apprendono dal sacerdote che un suo parrocchiano, tale Franco, un bracciante locale, pare avergli confessato di aver visto tra i campi e la faggeta tre uomini che affrontavano altrettanti Morti ma, dopo averne fatto a pezzi uno hanno probabilmente imprigionato gli altri due per trascinarli via chissà dove, uno strano e rischioso atteggiamento… ma mentre il parroco termina il discorso scoppia l’imprevedibile: alcuni colpi di mortaio piombano sulla chiesa provocando danni ingenti, fiamme, fumo, la morte sul colpo di Padre Luciano e il grave ferimento di Don Renzo che si trovava in un'altra sala della chiesa.
Il gruppo invece ne esce fortunosamente incolume, nel frattempo la folla superstiziosa è impazzita di paura, temendo folgori divine e maledizioni di qualunque genere…
Ettore invece si rende conto che il prigioniero è deceduto nella notte e si ricongiunge ai compagni vedendo, sgomento, la chiesa in fiamme proprio come nella sua precedente visione.. o premonizione…
Il gruppo cerca di capire da dove siano partiti i colpi ma non ne viene a capo: trova invece il cadavere di un contadino nei campi intorno al paese, trafitto da due dardi, che un passante rivela essere il povero Franco…
Sempre più a corto di prove tangibili ma con l’atroce sospetto di essere costantemente sotto tiro i nostri hanno, durante la giornata successiva, un incontro forse risolutore: Annunziata Pepe, una donna sulla quarantina, abitante del paese, li ferma e vuole conferire con i nuovi Inquisitori giunti da lontano… rivela di fidarsi solo di loro e di essere molto preoccupata per il fratello, tale Flavio Pepe, un Cacciatore di Morti. Costui pareva aver scoperto qualcosa di importante sul conto di Padre Eymich… forse anche di illecito… e si recò a parlarne prima con Don Renzo; ci fu quasi una lite fra i due e poi il Cacciatore non si fece più vedere in paese, senza dir nulla nemmeno alla sorella Annunziata; lei, incredula chiese spiegazioni a Don Renzo il quale le disse che Flavio si era chiarito con Eymich in persona e poi era partito per un urgente impegno di lavoro vicino a Potenza… strano… Annunziata chiede quindi giustizia ai nostri che decidono subito di andare a sentire le parole di Don Renzo, ancora convalescente.
Il sacerdote conferma la versione del chiarimento del Cacciatore con Frate Eymich e della successiva repentina partenza del giovane per lavoro a Potenza… i nostri ovviamente hanno fiutato che qualcosa non quadra e pensano che probabilmente il giovane potrebbe essere stato trattenuto dallo stesso Eymich all’interno della sua impenetrabile Villa Bellavista.
Tornano a riferire ad Annunziata la quale appare molto in apprensione per il fratello e consegna ai nostri un foglio di appunti di Flavio rinvenuto nella sua camera dopo la sua scomparsa: sono appuntate frasi scritte frettolosamente, riguardo Villa Bellavista e i suoi “orrori”… il “Dio della Carne”… il “Battesimo del Sangue”… e il fatto che domenica prossima molte persone moriranno… forse gli appunti di un folle… oppure quelli di chi aveva capito cosa si cela davvero dentro la villa di Padre Eymich…